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Centro Studi e Cultura Walser - Walser Kulturzentrum

L’inverno offriva certamente ritmi più blandi rispetto al periodo estivo: non stupisce quindi che le festività autunnali e dei mesi invernali fossero le più gettonate. 
Ad esse abitualmente partecipavano tutti, donne, uomini, bambini ed anziani. Ogni occasione era un pretesto per far festa: alle festività cristiane (San Nicola, il Natale, la Pasqua, i Santi Patroni della chiesa parrocchiale e delle diverse cappelle) si affiancavano quelle pagane, più goliardiche, come il carnevale.

Quest’ultimo era vissuto, a Gressoney, come una commedia in tre atti:
il “giovedì grasso”, in ogni casa veniva cotto a fuoco lento un bel pezzo di maiale e vari insaccati in un grosso pentolone.  Era cura dei buontemponi del paese sottrarre il recipiente alla padrona di casa, con stratagemmi sempre diversi. Dopo il pasto gratuito, l’allegra brigata restituiva la pentola ben pulita e lucidata alla legittima proprietaria.
Il “venerdì nero” i soliti mattacchioni cospargevano di fuliggine o sporcavano con carbone di legna il viso dei malcapitati che incontravano sul loro cammino.
Il giorno seguente, ricordato come “sabato bagnato”, tutte le persone che erano state sporcate di fuliggine il venerdì precedente, subivano il “lavaggio” con neve o acqua. 

La domenica di carnevale gruppi di ragazzi facevano scorribande goliardiche su carri agghindati a festa, fermandosi nelle osterie o presso la casa di amici.  Il culmine dei festeggiamenti era la serata danzante che si svolgeva nelle sale di un albergo e a cui partecipavano tutti, in costume o no.  Particolarmente simpatico era il carnevale dei vecchi: la prima domenica di quaresima gli anziani si travestivano in modo da non poter essere riconosciuti.   Senza proferire parola giravano le osterie facendosi versare un buon bicchiere di vino e puntualmente, nell’ilarità generale, uscivano senza pagare.
Sacro e profano ... spesso i due ingredienti erano sapientemente miscelati.
 


                                           Balli sulla neve a Gressoney (fine anni '30)
 

Il 24 di giugno si festeggiava, e si festeggia tuttora, San Giovanni Battista, il Santo Patrono di Gressoney-Saint-Jean. Reminescenze pagane, come quella dei falò accesi la vigilia con l´intento di scacciare gli spiriti dell’inverno, erano accostate ai riti cristiani. Durante la celebrazione eucaristica, alla quale partecipava in massa la comunità intera, si benedivano gli agnelli offerti da qualche famiglia e che venivano battuti all’asta: il ricavato della loro vendita veniva offerto al parroco per le spese parrocchiali. Dopo la Santa Messa si portava in processione la statua della testa decapitata del Santo.  Al rientro in Chiesa, i bimbi erano condotti all’altare dove il parroco impartiva loro una speciale benedizione.
 


                   Offerta dell'agnello a San Giovanni, patrono di Gressoney-Saint-Jean
 

Pure a Gressoney-La-Trinité era usanza uscire in processione dopo la Santa Messa dedicata alla Santissima Trinità e officiata in maggio, ma non erano previsti particolari festeggiamenti poichè si entrava ormai in quei mesi febbrili in cui poco era il tempo da dedicare alle feste. Così anche la Festa dell’Assunzione (15 Agosto) veniva celebrata con una Messa solenne a cui seguiva la processione:  alle diciottenni spettava l´onore e l´onere di portare la statua della Madonna.  Oggi questo compito è condiviso con le Guide di Montagna.

Il mese di novembre era dedicato al culto dei morti: le tombe di famiglia erano amorevolmente abbellite con composizioni di corolle e frutti secchi, muschi e mazzolini di fiori dalla fioritura tardiva.  Dicembre era il mese che tutti i bambini aspettavano: più che il Natale (celebrato, giustamente, soprattutto come festività di carattere cristiano), era accolto festosamente il 6 dicembre, giorno di San Kloas (San Nicola).  Questi era un santo ben noto in Germania e nei paesi nordici in genere, e viene oggi spesso identificato con Babbo Natale.  Era solo San Kloas che portava doni a tutti i bimbi: piccoli oggetti utili, noci, frutta … e la verga per quelli più cattivelli.
Anche nel giorno di San Silvestro s’imponeva una Santa Messa in cui intonare il Te Deum per implorare la benedizione sull’anno a venire. Durante tutta la notte gruppi di giovani portavano, con un canto tradizionale, z’Nujoarlied, di frazione in frazione, di casa in casa, il buon anno a tutta la comunità.  Naturalmente spuntini e vino non venivano lesinati!  Il primo di gennaio era il turno dei bambini: in piccoli gruppi bussavano alle porte di parenti e vicini per augurare il buon anno e ricevere in cambio una piccola strenna.


                                            Giovani cantori nella notte di Capodanno        Gressoney-Saint-Jean
 

L’inverno rappresentava, in passato, un periodo pieno di difficoltà e di disagi per gli abitanti di Issime. Il grande freddo costringeva la famiglia a vivere nell’unica stanza riscaldata e situata sulla stalla, mentre tutti gli altri locali erano quasi inabitabili. Il gelo ricopriva pericolosamente sentieri e strade per cui le comunicazioni e i contatti erano ridotti all’essenziale, e spesso gelava l’acqua nelle fontane con le conseguenti difficoltà. Se si doveva  trasportare fieno, legna o legname da un luogo ad un altro ci si serviva di una grande slitta in legno. Le giornate erano brevi e fredde, le notti lunghe, silenziose e spesso popolate da quella moltitudine di esseri immaginari, che ricorrono nelle leggende e nei racconti popolari.
Nonostante ciò,  tutti vivevano questa stagione con grande gioia e serenità. Era il periodo, infatti, in cui la famiglia si trovava di nuovo unita dopo molti lunghi mesi in cui mariti e figli erano all’estero per lavoro. Essi tornavano al paese all’inizio di dicembre per fermarsi fino alla primavera successiva. Portavano con sé i loro guadagni, nuove esperienze, nuove idee e un dono per le persone più care.


                             Gioventù di Issime in festa (anni '20-'30)

 

Iniziava così un periodo ricco di balli, di pranzi, di feste e di piacevole e reciproca compagnia.  La prima ricorrenza era la festa di Santa Barbara, il quattro dicembre, celebrata nella cappella di San Grato, nel vallone omonimo. Seguivano l’Immacolata Concezione, l’otto dicembre,  chiamata a Issime “ il piccolo Natale”,  le feste natalizie e dell’anno nuovo, per continuare con il patrono invernale, San Sebastiano, il venti gennaio. Si era deciso di scegliere un santo patrono della parrocchia  che potesse essere celebrato nel periodo invernale, in aggiunta al patrono san Giacomo la cui ricorrenza cade in estate, perché in questo modo sia gli emigranti sia gli alpigiani potevano essere presenti. La sera antecedente la festa di San Sebastiano, era usanza, fino alla seconda metà del 1900, accendere grandi falò, d’wachliti, nei villagi situati sui fianchi dei valloni, i quali facevano a gara chi preparava il falò più grande e più duraturo. I patroni dei vari villaggi e il carnevale concludevano questo periodo, durante il quale venivano celebrati la maggior parte dei matrimoni. Ogni festa era santificata con la celebrazione di una Santa Messa, molto frequentata, alla quale seguivano lauti e gustosi pranzi, con risotto, salumi, carni e patate, frutti secchi e dolci casalinghi tradizionali: rissili, kanistri, chüjini e la panna montata. Non mancavano il vino rosso, la grappa e qualche liquore, come il génépi o l’éwulewu, ottenuto con l’achillea, e il caffè nero. Il pomeriggio trascorreva con scambi di visite  fra vicini e parenti, con canti e balli e bevute fino al mattino successivo. Spesso il giorno seguente, la festa proseguiva, benché in tono minore, per finire di consumare il cibo preparato in abbondanza.

Oltre a queste feste comandate, molte erano le occasioni per ritrovarsi in compagnia allegramente. Ricordiamo le veglie nelle lunghe serate invernali, fra giovani e meno giovani, durante le quali si giocava a carte, si raccontavano avventurosi episodi, si ballava al suono di una armonica a bocca e di qualche strumento a fiato, per concludere la serata con uno spuntino a base di salumi casalinghi, formaggio, kanestri e risili, i dolci tipici e la panna montata, il tutto accompagnato da vino, grappa e caffè.
I più anziani svolgevano quelle attività alle quali non ci si poteva dedicare nella buona stagione, come filare la lana, torcere le cordicelle in canapa usate poi per cucire le suole delle pantofole in panno confezionate per tutti i membri della famiglia, riparare e preparare piccoli  attrezzi agricoli, assemblare scope di rami di betulla, gerle e ceste, intagliare e tornire oggetti di legno di uso comune.

Accanto a queste festività di rito, si affiancavano dei giorni speciali, ai quali partecipava l´intera comunità. 
Anche in occasione di battesimi e di matrimoni la festa diventava giornata di baldoria.  La nascita e la morte rappresentavano dei momenti chiave per l´intera comunità.

A Gressoney,  durante la celebrazione del battesimo il bimbo veniva offerto a Dio  sull’altare per invocare la benedizione divina.  Il pargolo era vestito di bianco e coperto dal drappo rosso ornato di ricami in oro che già era servito per i battesimi dei genitori e dei nonni; dopo la ricorrenza, la preziosa copertina veniva riposta con cura nell’armadio per le generazioni che sarebbero seguite.
 


                     Copertina battesimale ancora in uso a Gressoney
 

La vita ha un inizio, ma anche una fine.  Quando un membro della società moriva, tutta la comunità partecipava al lutto.  La campana della cappella del villaggio annunciava il trapasso, mentre se ciò avveniva in paese, la notizia   veniva diffusa con il passa parola. Il campanaro suonava la campana il giorno precedente l’inumazione, all’ora in cui questa avrebbe avuto luogo. Generalmente si vestiva il defunto con l’abito nuziale, o con il costume o la sola camicia da notte. Tutti si recavano a fare visita alla famiglia e a pregare per  il defunto; prima di lasciare la casa, veniva loro offerto qualcosa da bere e qualche dolce, in ricordo del defunto e, anticamente, per rifocillare coloro che venivano a piedi dai villaggi più lontani. Una persona era, ed è tuttora, incaricata di tutte le incombenze relative al funerale, doveva cioè cercare coloro che avrebbero portato il feretro, chi  la croce e chi la lanterna, che precedeva la processione come guida per il defunto verso l’aldilà. Quest’ultima persona doveva essere legata da amicizia con il defunto, avere la sua stessa età e lo stesso stato civile.

A Issime un neonato doveva essere battezzato entro tre giorni dalla nascita, in caso contrario non si suonavano più le campane, cosa che peraltro succedeva se il bambino nasceva fuori dal matrimonio. Fino al momento in cui veniva somministrato il sacramento, si doveva tenere, in casa,  una candela accesa giorno e notte. Il neonato, adagiato su un cuscino, era protetto dal freddo e dall’aria con una copertina di seta sulla quale erano appuntati, ai quattro angoli, dei fiocchi rosa, se era una femminuccia, azzurri, se era un maschietto. Su di essa veniva steso un ampio pizzo bianco.

Il matrimonio veniva festeggiato con tutti gli onori possibili, anche dalle famiglie più modeste. I giorni preferiti erano il lunedì e il giovedì e, solo più tardi, si scelse il sabato.
 


                            Giovane donna con il costume di Issime
 

Nei secoli passati venivano stipulati dei veri e propri contratti di matrimonio in cui venivano descritti nel dettaglio i diritti e i doveri dei contraenti nonchè la dote della sposa e le disposizioni del patrimonio sia del marito che della moglie, in caso di morte prematura.
 


                                                   Sposa di Issime

 
Dopo la cerimonia nuziale religiosa, un lauto banchetto riuniva parenti e amici. Se lo sposo proveniva da un altro comune, doveva pagare ai giovani del paese una brenta di vino quale riscatto; se si sottraeva a questo obbligo, i giovani issimesi suonavano per alcune sere, davanti alla casa della sposa e per le vie del paese, la tschebbara, facevano cioè un frastuono infernale e insopportabile con qualunque oggetto atto a far rumore.

Il culto dei morti è molto sentito nelle comunità walser e le funzioni di inumazione hanno sempre assunto un tono di solennità. In molti testamenti vengono precisate quante messe devono venire celebrate in suffragio del testatario, con quanti celebranti e con quante candele accese. In questa triste occasione si offriva ai più poveri del paese un pasto caldo, cosa che ben presto si trasformò in baldorie sconvenienti, per cui ci si limitò a invitare i parenti più stretti e i vicini di casa a consumare una lauta colazione, il mattino del funerale.

Molte di queste usanze sono tutt´oggi seguite,  come l’offerta dell’agnello a San Giovanni e la benedizione dei bambini, la festa di San Nicola e il canto del Nusjoarlied per augurare un buon anno nuovo, a Gressoney,  la celebrazione del patrono invernale, San Sebastiano, con falò accompagnati dalle note della locale banda musicale, ad Issime,  ma tantissime altre vanno scomparendo di giorno in giorno e rimangono solo nella memoria degli anziani.
 


                 Il Vescovo San Nicola porta in doni ai bambini di Gressoney (5 dicembre)
 

Le cause sono da ricercarsi nei cambiamenti che avvengono in questa società sempre piú consumistica e globalizzata e ai diversi ritmi di vita imposti dalla nuova organizzazione economica dell´antica colonia walser. In particolare, la stragrande maggioranza dei gressonari ha infatti abbandonato la pastorizia e il commercio itinerante o fisso d´oltralpe per dedicarsi alla nuova e piú remunerativa fonte di reddito: il turismo.  Inoltre, la televisione, la facilità di spostamento verso il fondovalle o altre località, hanno contribuito alla scomparsa di quelle veglie familiari che erano il motore della divulgazione orale di tradizioni, leggende e della stessa cultura walser.

 
 

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