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Centro Studi e Cultura Walser - Walser Kulturzentrum

Il dialetto nasce quale lingua di comunicazione verbale di una comunità.  Di tale comunità richiama l’identità storica, la natura, le tradizioni culturali, la vita di ogni giorno, e persino la sua collocazione geografica.  È la lingua che caratterizza e diversifica un gruppo, sono il titsch e il töitschu che distinguono rispettivamente il gressonaro e l’issimese dal “forestiero”.   È la lingua madre, la lingua che i coloni walser hanno portato nel loro bagaglio di conoscenze, quella “senza pretese”, usata in famiglia e tra gli amici, la lingua nella quale si pensa, si sogna, si fanno progetti, si esprimono sentimenti e si descrivono sensazioni ed immagini.

Nel XIX e nel XX secolo molte persone delle nostre comunità trovarono nella lingua arcaica popolare il mezzo più rispondente al loro bisogno di lasciare traccia scritta del loro intimo sentire, del loro sapere, perché facente parte integrante della loro umanità. È un fiorire di autori, che nella semplice scrittura dialettale, in poesia o in prosa, vogliono tramandare la cultura dei padri per salvarla dall’oblio. 

Giustamente Paolo Sibilla, nell’introduzione al libro  “Orizzonti di Poesia” scrive che i moderni lavori in titsch e in töitschu “celebrano una civiltà antica, centrata su di una tradizione che fa appello ad una eredità spirituale e linguistica a lungo custodita.” 

La poesia dialettale ha il potere di annunciare un ritorno alle origini. Ci riporta ad un mondo lontano dalle inquietudini delle città e di una vita massificata, dove la natura accompagna le perenni fatiche dell'uomo e fa da sfondo agli eventi della vita quotidiana.  Non ad un mondo “folkloristico”, ma ad una realtà universale.

A Gressoney,  a metà del XIX secolo, Louis Zumstein, uomo di grande cultura e con conoscenza di varie lingue, scelse il titsch per comporre opere poetiche d’ispirazione popolare, in contrapposizione alla letteratura di cultura germanica, a quell’epoca fiorente a Gressoney, assorbita ed introdotta dai Krämer che in paesi di lingua tedesca praticavano il commercio.

Margherita Scaler, pure lei, donna di grande cultura con conoscenza di varie lingue, sceglie il titsch per raccontare nelle sue poesie l’armonia della natura, l’abbandono nel divino, la semplice vita d’ogni giorno della gente della sua infanzia, del suo paese.

Hilaire Christillin, di Issime, ci ha lasciato un piacevole itinerario poetico verso la cappella di Mühni, a 2002 metri, nel vallone di San grato. Era fratello del più conosciuto Jean-Jacques, prete di grande cultura, autore del celebre volume “Légendes et Récits recueillis sur les bords du Lys”. 

Attualmente, quando più che mai è presente il pericolo di perdere la propria identità culturale con il titsch ed il töitschu minacciati d’estinzione, schiacciati dall’uso generalizzato dell’italiano, alcuni animi sensibili e appassionati si cimentano in semplici ma sinceri componimenti poetici. Ricordiamo Erwin Monterin, Attilio Squinobal, Nelly Schmit, di Gressoney, Albert Linty, Ugo Busso e Irene Alby, di Issime. 
 
 


                Pubblicazioni sulla cultura walser, curate dalle Associazioni Culturali locali
 

Il passaggio da lingua parlata a lingua scritta non fu senza problemi: subito si presentò quello della fonetica e della grafia, cioè di come rappresentare in forma scritta i suoni e gli accenti di una parola.  Non esistevano regole ed ogni autore cercò di supplire creandone di personali, sforzandosi di rendere in modo perfetto gli aspetti fonici del dialetto.

Solo in anni recenti, con la realizzazione dei vocabolari titsch e töitschu a cura del Walser Kulturzentrum, si è giunti alla codificazione della fonetica, certamente più agile e più immediata di quella utilizzata dai primi scrittori.

 

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